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De Rossi, fedele soldato: un unico grande amore per la vita

De Rossi, il suo unico grande amore.

Nato con la maglia giallorossa cucita addosso, Daniele De Rossi non ha mai rinnegato la sua fede, nonostante i torti subiti.

“Io ti dichiaro mio cavaliere!” declamavano ad alta voce i sovrani di un tempo quando, di fronte ad una platea in assoluto silenzio, procedevano all’investitura di un loro fedele servitore, il quale, sottoposto a giuramento, li avrebbe difesi fino alla sua morte, arrivando a sacrificare addirittura la sua vita per la loro incolumità.

Non si sa se i re di una volta ripetessero queste parole ogni volta che un uomo diveniva un loro adepto, ma, grazie all’iconologia tutta americana che ci hanno fornito i numerosi kolossal hollywoodiani negli ultimi decenni, questa scena è entrata ormai a far parte del nostro immaginario.

Con un po’ di fantasia, ma nemmeno troppa, è possibile, dunque, figurarsi in maniera simile il momento in cui la Lupa, sovrana e genitrice di Roma, colei che salvò Romolo e Remo da morte certa seconda la leggenda, proclamò suo fedele soldato un bimbo biondo della periferia della Capitale, del suo porto.

Questa località, oltre alla passione e al morboso attaccamento al mare, probabilmente, ha donato a questo pargolo, ormai più che quarantenne, anche gli occhi azzurri, così limpidi e genuini da potercisi specchiare senza aver paura di venir riflessi in maniera errata.

Lo sguardo di quel bambino, divenuto ragazzo e poi uomo senza mai tradire quel giuramento fatto in tenera età, ha sempre trasmesso, soprattutto, una spontaneità che, in un mondo come quello in cui si è trovato a vivere praticamente fin dalla nascita, è una dote molto complessa da trovare.

No, non le ha mai raccontate tante “fregnacce” De Rossi, non era da lui.

De Rossi e la Roma

Chissà cosa sognava quel bambino in riva al mare, chissà se veramente sapeva che, un giorno, dalla sua Ostia, da sempre approdo per tutti coloro che volevano recarsi nella Città Eterna, sarebbe davvero diventato un servitore della sua squadra del cuore, del suo primo e incontrastato amore.

Non lo sapremo mai e, probabilmente, De Rossi non ci fornirà mai una risposta, umile come ha dimostrato di essere in più di vent’anni davanti alla stampa, a cui, nonostante tutte le etichette attribuitegli, non ha mai risposto sgarbatamente.

Non ne ha mai avuto bisogno, a fare gli spacconi ci pensavano gli altri, lui era concentrato solo sul campo, unicamente sul lasciare ogni stilla di energia sul terreno di gioco per il bene della sua gente, di quel popolo che, da quando lo vide per la prima volta all’Olimpico quel 30 Ottobre del 2001, gli ha sempre voluto bene.

I romanisti, infatti, lo hanno difeso in ogni circostanza, anche quando quell’amore così spropositato si trasformava in una rabbia difficile da gestire, della quale, a mente fredda, lo stesso Daniele finiva per vergognarsi tremendamente, rendendosi conto dei brutti gesti appena messi in atto.

Non ci dormiva la notte per queste pazzie, “sfuriate d’amore” che, in una storia morbosa e tremendamente passionale come quella del numero 16 con la Roma, non possono che essere presenti, specialmente quando la stessa relazione le richiede.

C’è poco da dire sull’entità di questo legame: enorme, inscindibile, praticamente un invisibile cordone ombelicale, che, al netto di tutti tentativi di recisione avvenuti durante gli anni, non ha mai smesso di sopravvivere, rinsaldandosi, probabilmente, dopo ogni scampato pericolo.

Ci hanno provato tante volte, infatti, a far desistere De Rossi da questo suo furor, ma, a loro, “Lele” ha sempre risposto con la più rumorosa delle armi: il silenzio.

Senza mai alzare la cresta

“Errare è umano, perseverare è diabolico” diceva una delle tante voci della latinità, ignara di coniare uno dei detti più gettonati della storia, ripreso da vari personaggi in molteplici situazioni.

Evidentemente, però, le due presidenze americane che si sono avvicendate alla Roma negli ultimi anni, concentrate su quella statunitense, devono essersi perse, a scuola, la letteratura latina, tralasciando questa importante e saggia espressione.

Dove sbagliò Pallotta, infatti, nel 2019, evitando di rinnovare il contratto di De Rossi, i Friedkin ci sono “cascati di nuovo”, alla Achille Lauro, a Settembre di quest’anno, decidendo di cacciare da Trigoria uno dei suoi figli prediletti, meno di due mesi dopo avergli rinnovato triennalmente il contratto.

Una vera e propria follia, a cui, in base all’amore che aveva sempre dimostrato verso la Roma, Daniele, secondo l’opinione generale, avrebbe dovuto rispondere con un gesto eclatante o delle parole al veleno, tanto per ribadire chi era il vero cavaliere della Lupa.

Lo avrebbe potuto fare e, probabilmente, alla fine, sarebbe stato difficile biasimarlo.

E invece no: un rapido, e bagnato dalla pioggia, commosso giro di campo quel 26 Maggio di sei anni fa e, a Settembre di quest’anno, un silenzio educato, rispettoso di una scelta giustificata come “tecnica” e per nulla intenzionato, nonostante tutto, ad andare contro alla sua Roma.

No, non sarà stato il calciatore più forte della storia dei giallorossi né il capitano più celebre e famoso. Non sarà stato quello ad aver segnato più gol o ad aver riempito le proprie pareti di trofei personali e riconoscimenti. No, non lo è mai stato.

E’ stato un qualcosa di più, un qualcosa di infinitamente più prezioso nel mondo in cui viviamo: un signore con la S maiuscola.

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