Nato il 1 Aprile 1946 compie oggi gli anni Arrigo Sacchi, il profeta di Fusignano.
Il Milan di Arrigo Sacchi è passato alla storia come una delle squadre più forti di sempre. Dal 1987 al 1991 sotto la guida dell’allenatore romagnolo, i rossoneri hanno vinto uno scudetto, una Supercoppa Italiana, due Coppe dei Campioni, due supercoppe UEFA e due coppe Intercontinentali.
Quel Milan è passato alla storia come il “Milan degli Immortali”. Era il Milan dei tre olandesi, ma non solo. In quegli anni infatti la rosa rossonera era tra le più forti in Europa per distacco. Indimenticabile ad esempio il 5-0 rifilato al Real Madrid, nella semifinale di ritorno nel corso della stagione 1988/1989, o il 4-0 in finale allo Steaua Bucarest, soltanto un mese dopo.
La rivista FourFourTwo ha inserito quella squadra nella lista delle 50 migliori compagini di sempre, posizionandola sul podio, al terzo posto, dietro soltanto al Brasile di Pelé, e all’Ajax di Johan Cruyff.
Una filosofia, quella olandese a cui il profeta di Fusignano deve tantissimo. Uno dei tratti distintivi dei rossoneri era infatti il pressing forsennato, che iniziava già dopo la linea di centrocampo.
Un baricentro altissimo, che esasperava la ricerca del fuorigioco, aspetti oggi ripresi da altri grandissimi allenatori, ma che Sacchi ha introdotto prima di chiunque altro. L’allenatore emiliano ha il merito di esser stato rivoluzionario, come nessuno fino a quel momento.
Introdusse una difesa senza il libero, proseguendo la rivoluzione iniziata dal “barone” Nils Liedholm.
La formazione del Milan di Sacchi
A proteggere la porta c’era forse il meno conosciuto degli “immortali”, Giovanni Galli. La difesa aveva in Franco Baresi e Paolo Maldini i suoi leader, affiancati da Mauro Tassotti e Alessandro Costacurta.
Il cervello della squadra però era in mezzo al campo, impersonato da un uomo che oggi ha probabilmente superato il suo maestro: Carlo Ancelotti, arrivato dalla Roma. Al suo fianco, il primo dei tre olandesi, Frank Rijkaard.
Sugli esterni, di quel perfetto 4-4-2 a rombo c’erano da un lato Roberto Donadoni e dall’altro Alberico Evani. Il fiore all’occhiello di quella squadra era l’attacco. Ruud Gullit ad agire da numero 10, quasi alle spalle del numero 9 indossato dal cigno di Utrecht, Marco Van Basten.
Una carriera quella del centroavanti olandese, stroncata dagli infortuni, che lo hanno costretto al ritiro a soli 30 anni. Un calvario il suo, che non gli ha tuttavia impedito di essere ricordato come uno dei migliori centravanti di sempre.
Una squadra perfetta, guidata da un uomo maniacale, ossessivo, alla costante ricerca della perfezione. Un atteggiamento rivedibile oggi per certi versi in Antonio Conte. Proprio per il suo atteggiamento la sua esperienza in panchina non è durata a lungo.
Troppo stress da dover sopportare per così tanti anni. Anche in una carriera come la sua però, c’è un rimpianto, che forse è il rimpianto di una nazione intera.
A Pasadena, quel 17 luglio 1994, Arrigo Sacchi ha sfiorato il coronamento di una carriera perfetta, mancato soltanto per due “maledetti” rigori.